giovedì 11 ottobre 2012

Tempest


Uno scrittore è un bugiardo. Sempre. Perché le storie hanno troppe implicazioni, radici aggrovigliate troppo in profondità affinché possano essere spiegate completamente. Lo scrittore scrive estraendo da se stesso finanche a farsi violenza, ma qualcosa resta inevitabilmente inabissato. E’ il pudore della storia, è il sottointeso inafferrabile, l’idea generatrice, il momento rubato. Lo scrittore mente sempre ai suoi lettori, ma non ai suoi personaggi. Mentire ai propri personaggi è tradire. Fiducia di madre, di figlio, di amante.  E non c’è litigio, divorzio che può appianare. E’ tutto finito, tutto perduto, tutto da buttare.
Quando l’ultima pagina stancamente si abbandona sulla carta passata, le parole finali suggellano un distacco già maturato: “non ho rimpianti.”. E chiudere la copertina diviene una necessità. Un urlo. Una richiesta di onestà. Un senso di fastidio. Il libro diviene un altro rimpianto.
Se fossi stato te Julie, non l’avrei mai scritto; se fossi stato te Jackson, non l’avrei mai detto. Essendo me, non l’ho mai provato. Che il rimpianto è l’essenza stessa della scelta, ne è anima, non intralcio. Il rimpianto è la passione che ricerca l’equilibrio sulla fune della coerenza. Ho rimpianto le decisioni più importanti un momento dopo averle prese, seppur convinto fossero le più giuste. Ho rimpianto la strada chiusa alle spalle come un amico mai conosciuto. Ho benedetto il mio rimpianto le volte in cui, sollecitato a riportarmi indietro nel tempo, esso mi ha mostrato come le mie scelte si fossero rivelate sbagliate.

Se fossi stato te Julie, non avrei mentito a Jackson. Proprio all’ultima pagina, proprio all’ultima riga del primo libro d’una trilogia. Che di tempo ne ha per comprendere l’inganno. Priva di rimpianti la vostra storia sarebbe terminata lì. E magari lui ora lo vorrebbe, perché ha capito che è tutto finito, tutto perduto, tutto da buttare. Senza rimpianti.

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